Comaneci + Andrea Rottin & Oswaldovi

Comaneci + Oswaldowi

Comaneci (It)

E qual è il senso dei Comaneci, oggi? Difficile dirlo, anche se probabilmente tutto si potrebbe ricondurre a una sola parola: blues. Forse è sempre stato così, per la band di Francesca Amati (e da un paio di dischi anche di Glauco Salvo). Persino ai tempi del pop da camera di Volcano, quando la formazione contava in organico anche Andrea Carella e Jenny Burnazzi e sembrava uscita dal ridotto di un qualche teatro, il senso di tutto era il blues. Un mood sottotraccia, nascosto, ma anche palpitante e presente. Di sicuro, lo è stato per l’ultimo You A Lie, di cui Uh! è degno seguito e una riconferma con tutti i crismi nello stile. Il blues dei Comaneci non è ortodosso, pur recuperando l’immaginario basale dei musicisti del Delta del Mississipi o magari del primo folk di Devendra Banhart: strutture da due-tre accordi sulla chitarra acustica, brani talvolta sotto i due minuti di durata, il bending nella voce, il mood malinconico, la ripetizione del primo verso nel secondo, la semplicità di testi immediati, quasi bambineschi, nella loro linearità. E’ blues-folk anche questo e questo sono i Comaneci. Un approccio alla musica, il loro, che qualcuno potrebbe definire ripetitivo, non comprendendo, tuttavia, i presupposti alla base dello stesso. Ideologici, prima che musicali: la semplicità come linguaggio, oltre che impalcatura su cui costruire di volta in volta qualcosa di identico ma anche di diverso, di facilmente identificabile ma anche di deviante rispetto al passato. Magari per qualche dettaglio piccolo e fondamentale (nel nostro caso, l’attento lavoro di missaggio in brani come We Came When The Frog Started Talking, il pianoforte in The Easiest Way, gli ottoni mascherati nello sfondo di I Saw, la batteria disturbante di Vittoria Burattini in Democracy) o per veri e propri stravolgimenti inaspettati (una Amati che in Green Lizard ricorda Björk accompagnata dai Father Murphy, la conclusiva As A Spider, più vicina allo stile dell’ultimo Sufjan Stevens che a quello dei Comaneci). In Uh! il risultato è pregevole anche quando si gioca con i toni più onirici (Grasshopper), malinconici (Let Them Burn) e noise-psichedelici (The Fall) del gruppo, oltre che con quelle poesie di Harold Pinter a cui una parte dei testi è ispirata. Il tutto con un senso della “meraviglia” palpabile che evita il cinismo da consumata band, scegliendo invece di coinvolgere in maniera epidermica e senza grossi filtri. Una peculiarità che non si costruisce in laboratorio, ma può dipendere soltanto dallo spessore umano di chi suona. E’ tutto qui il terzo disco lungo (e forse l’intera carriera) dei Comaneci. In quella necessaria trasparenza che non solo conferma quanto di buono si era già ascoltato in passato, ma alza ulteriormente la posta collezionando dieci ottimi brani che parlano comunque di un’evoluzione in atto. Verso cosa, lo stabilirà soltanto il tempo

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Osvaldowi & Andrea Rottin (It/Cz)

Oswaldovi & Andrea Rottin è un trio italo-ceco con base a Praga. Suonano folk-rock a tre voci, ispirato al folklore (tanto nordamericano quanto sudeuropeo), alle colonne sonore degli spaghetti western e al rock psichedelico tuareg.
Riguardo alla musica: similmente a quanto accade nei film noir o negli spaghetti western, i personaggi vengono mostrati allo spettatore senza fargliene conoscere troppi troppi dettagli. I personaggi sullo schermo fanno quello che fanno senza ragione apparente. Nel corso del film si inizia a prendere un po’ più di familiarità con i personaggi, fino ad arrivare al finale del film nel quale tutto diventa chiaro.

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